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Enter | PortoVecchio

Enter | PortoVecchio, ovvero quando l’architettura è partecipazione

C’è un luogo a Trieste, racchiuso tra ferrovia e mare, uno scrigno ancora in parte in disuso che sta conoscendo una nuova fase di sviluppo anche grazie al progetto Enter | PortoVecchio.

A separarlo dal Municipio in Piazza dell’Unità d’Italia sono solo 500 metri, misurati in linea d’aria. Eppure questo ex porto franco di fine Ottocento, bellissimo esempio di archeologia industriale, viene percepito molto distante dal centro urbano, tanto che numerosi cittadini ancora non lo hanno visitato. Ed è proprio dal desiderio primario di riavvicinare tale luogo alla città e ai suoi abitanti che è nato il progetto Enter | PortoVecchio, un progetto di tesi a metà strada tra Italia e Austria ideato e coordinato da Matthew Earle e Lukas Kruczynski.


Le origini del progetto e il fascino storico dell’area


Neo-laureato presso la Technische Universität Wien lo scorso marzo, Matthew Earle ha dato vita, assieme al suo collega di studi e ad una nutrita squadra di giovani professionisti, a un progetto di tesi focalizzato sulla riattivazione urbana dell’area del Porto Vecchio di Trieste. Il progetto di tesi, curato dal Prof. Peter Fattinger e dall’arch. David Calas, rispettivamente relatore e correlatore, ha potuto beneficiare della collaborazione di sostenitori e partner locali quali l’Autorità Portuale e FuoriRegata, già coinvolti assieme al Comune nel processo di recupero dell’area, iniziato nel 2011 con il restauro della Centrale Idrodinamica e del Magazzino 26.

L’area, 67 ettari compresi tra Barcola e Canal Grande, oltre alla Centrale e al magazzino citati, comprende i cinque moli originari, la diga foranea, la sottostazione elettrica di riconversione e un complesso di magazzini una volta serviti da una fitta rete di binari oggi in disuso. Dalla metà dell’Ottocento ad oggi Porto Vecchio ha subìto delle modifiche (sono ad esempio scomparsi alcuni magazzini come quello del Lloyd triestino) ma in misura tale da non snaturarne l’identità. Il fascino dell’area è indiscusso, nonostante gli anni di abbandono e il degrado in cui versano ancora alcune sue parti. Così come è indiscusso il suo potenziale in termini architettonici di rigenerazione urbana. E così, sulla scia dei primi tentativi di restauro dell’area e di eventi culturali come la Biennale Trieste, si è innestato il progetto Enter, il cui stesso nome assume una duplice accezione: quella di Enter intesa all’inglese come go inside, entrare, e quella intesa come insert, inserire la propria idea su supporti specifici. Non a caso i tre principi cardine su cui è stato sviluppato il progetto sono riattivazione, partecipazione e realizzabilità.

I principi guida e i primi interventi temporanei


A sostegno dei tre pincipi del progetto vi è la convinzione profonda che l’architettura sia innanzitutto partecipazione. Ecco quindi che la prima fase della strategia di Enter, la riattivazione, ha visto il coinvolgimento della popolazione e delle istituzioni locali nelle decisioni riguardanti la destinazione d’uso del territorio di Porto Vecchio. Attraverso alcuni strumenti di partecipazione diretta come il questionario „Il Porto Vecchio cambia pagina“ e le cosiddette participation cards, i cittadini hanno potuto esprimere personalmente le proprie preferenze.

Riattivazione ha significato anche ripristinare, sebbene solo in via temporanea, uno degli spazi del Porto Vecchio, il Magazzino 27. L’edificio si trovava in una posizione strategica per l’evento della Barcolana 2015, ed è stato parzialmente riattivato grazie a materiali di recupero come container e pallet. L’intervento ha permesso di creare un’area attrezzata nel piazzale antistante la locanda, un’area i cui elementi strutturali sono poi divenuti anche elementi di gioco. È stato il caso, ad esempio, dei pallet: alcuni di essi sono stati trasformati in piccole barchette a vela su ruote e i bambini vi hanno potuto giocare sfidandosi in una speciale Barcolana. L’installazione architettonica messa a punto in occasione della Barcolana ha avuto il merito di puntare i riflettori su una porzione specifica dell’area, fornendo un input sul tipo di interventi che potrebbero essere attuati negli anni a venire.

Una strategia sostenibile


Enter | PortoVecchio ha concluso la sua prima fase, quella più tipicamente accademica a marzo 2016 ed ora Earle sta mettendo a punto i passi pratici da intraprendere nei prossimi mesi. Resteranno invariate le intenzioni del concept originale: agire in maniera graduale, selezionando con cura gli interventi specifici da fare e dando vita a un modello che possa essere replicato per la rigenerazione dell’intera area urbana.

Per entrare più nel dettaglio, si sta pensando a una prima fase di installazioni temporanee seguita da interventi box-in-the-box che riattivino nuclei funzionali. Si pensi, ad esempio, ad alcuni dei magazzini storici. Una volta intervenuti sulla loro messa in sicurezza statica e sulla pulizia, si potrebbero realizzare delle strutture interne snelle e funzionali riadattabili ad attività culturali come concerti o esposizioni. Un esempio ben riuscito di tale approccio è rappresentato dall’ex Matadero di Madrid, ora dinamico centro d’arte contemporanea. La strategia alle spalle del progetto vuole impattare in maniera intelligente e sostenibile sull’area, rispettandone le origini e le peculiarità senza, tuttavia, perdere l’occasione di conferirle un aspetto contemporaneo.

Sviluppi futuri


Il co-autore del progetto Matthew Earle, vede tra le opzioni più interessanti quella di trasformare l’area in una sorta di distretto dell’innovazione tecnologica e creativa. Ancora una volta (forse anche grazie all’esperienza pregressa di Earle in terra spagnola, ndr) è un esempio catalano a fare scuola e, nello specifico, il quartiere @22 ed edifici come il Media-ICT Building CZFB di Eric Ruiz Geli, vincitore del World Architecture Festival 2011. Sono fonti d’ispirazione che dimostrano come sia possibile interpretare la complessità di un’area urbana, individuarne i punti di forza e leggerne, rafforzandole, le caratteristiche intrinseche.

Il nuovo Porto Vecchio, la cui riattivazione potrebbe completarsi intorno al 2050, non avrebbe una vocazione univoca, che rischierebbe di appiattirne l’anima. Piuttosto comprenderebbe un’area campus di ricerca, spazi culturali e ricreativi, aree workshop, insediamenti abitativi con spazi comuni. Un luogo vitale nel senso ampio del termine, da vivere 24 ore su 24. Trieste vanta un polo scientifico di eccellenza, con una concentrazione di ricercatori internazionali fra le più elevate del mondo. L’ecosistema che ruota attorno all’Area Science Park e ai prestigiosi laboratori di ricerca è un terreno fertile perché in città si sviluppi una nuova area di spiccato carattere innovativo.

È l’intenzione di parlare all’identità del luogo, alle sue vocazioni attuali, non solo passate. L’architettura è parte del patrimonio culturale di uno specifico territorio urbano e, oltre alla funzione di contenitore, svolge anche quella di mezzo di promozione di nuovi contenuti. Contenuti intesi come attività di studio, di co-creazione, di sperimentazione, di libero circolo delle idee. Spinta propulsiva verso una concezione di architettura diversa, intesa come partecipazione, condivisione, comprensione e pertanto maggiore consapevolezza del territorio in cui si vive, e al cui sviluppo ognuno di noi è in grado di contribuire.

The article has been published on espazium.ch in May 2016. Espazium AG is the publishing company of the architecture and engineering magazines TEC21, Archi and Tracés. Its website, espazium.ch, is an interdisciplinary platform that promotes a debate around the building culture in Switzerland.

Due to a recent update of the espazium portal, the direct link to the article is temporarirly not available.

Photos: Matthew Earle.

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